TEMPO DI LETTURA: 4 MINUTI

Certi cognomi sono pesanti, gravati da aspettative e ambizioni altrui che sembrano sancire il destino di chi li porta ancora prima della nascita. Confini invisibili tracciati dalla società, ripresi dalla famiglia e rinforzati dall’ingannevole percezione della propria importanza indirizzano uomini e donne verso destini ineluttabili.

Penso ai personaggi del primo romanzo di Thomas Mann (1875-1955),
I Buddenbrook, pubblicato nel 1901, e mi viene in mente ciò che scrisse Joseph Roth (1894-1939) in Hotel Savoy (Passigli Editori, 2010):

“Stavano male, gli uomini. Si procuravano da soli il loro destino credendo che venisse da Dio. Erano prigionieri delle tradizioni, il loro cuore era attaccato a mille fili tessuti dalle loro stesse mani. Su tutte le strade della loro vita erano piazzate le tavole con i divieti del loro Dio, della loro polizia, del loro re, del loro ceto. Qui non potevano proseguire e là non potevano restare. E dopo essersi dibattuti così per qualche decennio, dopo aver vagato errando sgomenti, morivano in un letto lasciando ai discendenti la loro miseria.” Hotel Savoy, Joseph Roth

Mann racconta il declino di una ricca famiglia di mercanti di Lubecca nel corso di quattro generazioni, dagli anni ‘30 agli anni ‘70 dell’800. Non sono gli eventi esterni a influenzarne la decadenza né un tracollo economico. La Storia, dal canto suo, è marginale. Nell’arco di quarant’anni si susseguono i moti del ‘48, la guerra austro-prussiana (1866) e la guerra franco prussiana (1870-71), ma la famiglia e la città sembrano non risentirne.

Johann Buddenbrook senior e il figlio, detto Jean, vivono e conducono gli affari con una sicurezza granitica nelle proprie convinzioni, e mentre con il primo la ditta prospera, con il secondo a volte arranca. Il loro è un atto di fede nei confronti della società in cui vivono, dove prosperano altre famiglie che si sono arricchite con il commercio di generazione in generazione.

Il piccolo regno dei Buddenbrook comincia a scricchiolare quando i valori su cui si regge vengono messi in discussione. A farlo è Thomas, che prende le redini della fiorente ditta di granaglie ereditata dal padre Jean e inizialmente ne accresce il prestigio. Non può contare sul fratello Christian, ipocondriaco e perdigiorno, ma ha un’alleata: la sorella Tony, tanto fedele al verbo familiare da sacrificare la propria felicità.

Chi è felice resta dov’è. (I Buddenbrook) Condividi il Tweet

Nonostante i successi, nel momento più alto della sua vita professionale e personale qualcosa si incrina. Tom è stanco nel corpo e nello spirito, sente che la sua fine è vicina. I problemi sembrano rincorrerlo e la ditta e il nome dei Buddenbrook perdono gradualmente il lustro di un tempo, superati da una classe di “parvenu” pronta a scalzare la vecchia borghesia mercantile sotto lo sguardo inorridito di Tony.

Le speranze di Tom, riposte nell’unico erede maschio, il timido sensibile e cagionevole Hanno, vengono deluse. Il figlio, appassionato di musica come sua madre Gerda, è molto diverso dal padre e tra i due non c’è un buon rapporto.

Mann mette in scena la crisi dell’uomo moderno e attraverso il rapporto complicato tra Hanno e Tom tratta un altro tema a lui caro: l’arte e la vita borghese sono compatibili? No, sembra dirci lo scrittore. La prima è destinata ad arrecare infelicità a chi ne possiede il fuoco. Nel mondo di Tom, dominato dal profitto, dalla competizione e dall’apparenza, non c’è posto per quelli come Hanno.

Che senso aveva il lunedì? Era verosimile pensare che sarebbe mai arrivato? Non si crede al lunedì se la domenica si andrà a sentire il Lohengrin… (I Buddenbrook) Condividi il Tweet

L’universo Buddenbrook è popolato da tanti personaggi, tutti meticolosamente descritti nell’aspetto, negli abiti e nei modi di fare; a volte è una peculiarità fisica, ripetuta di frequente, a rivelarne la personalità, altre un gesto o una frase ricorrente. L’intera famiglia è protagonista. Il narratore, onnisciente ed esterno alla storia, si concentra di volta in volta su un suo membro.

L’opera, che valse allo scrittore il premio Nobel nel 1929, ha un’impronta fortemente autobiografica, nata come racconto della prima parte della vita di Mann, infanzia e adolescenza (cioè la parte relativa a Hanno), poi diventato un grande romanzo familiare grazie alla ricostruzione di eventi antecedenti alla sua nascita.

I Buddenbrook, libro, copertina edizione Mondadori
I Buddenbrook, copertina + Alta Marea 2014 by @artelori

Non aspettatevi colpi di scena. In queste settecento pagine, caratterizzate dallo sciabordio della vita con il suo continuo ciclo di nascite, unioni, morti e rovesci di fortuna, troverete descrizioni minuziose e dettagli rivelatori, immagini simboliche che presagiscono la decadenza, la fedele ricostruzione della società dell’epoca e la profonda analisi psicologica di alcuni personaggi (in particolare Thomas, Tony e Hanno).

I Buddenbrook è stato pubblicato per la prima volta in Italia nel 1930 da Attilio Barion Editore e nel corso degli anni anche dall’Istituto Editoriale Italiano, da Einaudi, Mondadori, Garzanti e Newton Compton. Io l’ho letto in una edizione Mondadori tradotta da Silvia Bortoli (collana Oscar moderni, 2016, 742 pagine).

Viaggio letterario a Lubecca

Lubecca, il cui centro storico è oggi patrimonio UNESCO, vive, respira insieme ai personaggi del romanzo. Pur avendo perso il titolo di “regina della lega anseatica” nel corso del XVI secolo, ha mantenuto a lungo una certa vivacità commerciale.

Al tempo dei Buddenbrook non apparteneva alla Prussia (fu annessa nel 1937) e durante la Seconda guerra mondiale fu una delle prime città tedesche a essere bombardata. Buona parte del centro storico fu danneggiato e successivamente ricostruito.

Nell’opera di Mann vengono menzionate strade, edifici, aree di Lubecca, fuori e dentro le mura, e la spiaggia di Travemünde, dove le famiglie benestanti andavano in vacanza.

La casa nella Mengstraße esiste davvero. È quella dove visse lo scrittore fino al suo trasferimento a Monaco di Baviera. Oggi è un museo ed è conosciuta come Buddenbrookhaus.

Io sono pronta per un viaggio letterario a Lubecca, e voi?

Poi arrivò il traghetto, la Israelsdorfer Alee, lo Jerusalemsberg, il Burgfeld. La carrozza attraversò il Burgthor alla cui destra si ergevano le mura della prigione, percorse la Burgstrasse e attraversò il Koberg… Tony osservava le case grigie col tetto spiovente, le lampade a olio tese di traverso sulla strada, l’ospedale dello Heiliger Geist con davanti i tigli ormai quasi spogli…. Mio Dio, era rimasto tutto come prima! Era ancora lì, immutabile e venerando, mentre lei lo ricordava come un vecchio sogno da dimenticare! Quei frontoni grigi rappresentavano le cose antiche, consuete e tradizionali che l’avrebbero nuovamente accolta e tra le quali ora sarebbe tornata a vivere. Non piangeva più: si guardava intorno con curiosità. Il dolore della separazione fu quasi smorzato alla vista di quelle strade e di quei volti noti. I Buddenbrook

P.S.

Mentre scrivevo, mi sono fatta accalappiare ancora una volta dalle parole di Mann. (Ri)leggevo della crisi di Thomas e della sua fulminea illuminazione grazie a un libro di filosofia trovato per caso. (Tom si lascia conquistare dal pensiero di Schopenhauer, ma sopraffatto dalla vita quotidiana rinuncia a quella luce appena intravista.) Ho amato questa parte del libro, la sua lotta interiore. E ho amato le pagine dedicate a Hanno (così fuori posto nel mondo, così dolorosamente sensibile). Non dimenticherò mai la cura a base di piccione e pane bianco del dottor Grabow (buona per ogni malanno); la dolcezza di Sesemi Weichbrodt; l’affamata sommessa e grigia Klothilde; le fedine giallo oro del signor Grünlich; le ombre bluastre sul volto di Gerda (sfuggente, remota come fosse una creatura proveniente da un altro mondo); l’animo fiero e fanciullesco di Tony, la dignità con cui affronta il dolore e la perdita di cose e persone; il fragore delle onde che si infrangono sulla spiaggia di Travemünde a fine stagione sotto lo sguardo di un amore nascente (sembra quasi ci sia una corrispondenza fra il paesaggio e gli stati d’animo); le pagine in cui la musica è protagonista (dove a volte mi è sembrato di intravedere la sublimazione di un atto sessuale); la grande scena conviviale all’inizio del romanzo quando gli ospiti, seduti intorno a una generosa tavola imbandita, mangiano prelibatezze d’ogni genere descritte con dovizia di particolari (il cibo simbolo di prosperità e presagio di un futuro ben diverso), alla quale ho assistito come la spettatrice di una piece teatrale; la scena finale, specchio della prima, su cui cala il sipario e le luci si spengono, e io mi trattengo ancora un po’ a osservare il vuoto, incerta se alzarmi o meno, con l’impressione di aver letto un capolavoro.