Lo scorso autunno con l’arrivo del freddo ho letto Aniko, esordio letterario di Anna Nerkagi, scrittrice nenec. Un romanzo del 1977 pubblicato due anni fa dalla casa editrice Utopia, ambientato nella tundra siberiana ai tempi dell’ex Unione Sovietica.

La storia inizia in primavera con un evento che scuote la comunità nenec a cui appartiene Aniko e termina un anno e mezzo dopo. Aniko, però, non vive più lì da tempo. All’età di sei anni è stata mandata in città a studiare, e solo quando il padre, Seberuj, la rintraccia per comunicarle la morte della madre e della sorella, lei torna all’accampamento. Ha una ventina d’anni, studia geologia e parla il russo, ma si è allontanata così tanto dalle sue radici da dimenticare perfino la sua lingua madre.

«Che succede? », gli chiese serio Passa.
«Ha dimenticato la nostra lingua», rispose Seberuj con una voce spenta, che sembrava rattrappita quanto la sua schiena.
Passa rimase sbalordito. Non se l’aspettava. Molti nenec avevano lasciato da bambini le loro case ed erano tornati per partire di nuovo, ma nessuno aveva scordato la propria lingua madre; quella lingua elargita dagli idoli come il bene più grande. Un attributo perenne che li avrebbe distinti dal resto degli uomini. Niente di simile era mai accaduto prima… Avvertì un senso di gelo, come se avesse mangiato troppa carne fredda. Una terribile maledizione gli sfiorò la lingua, ma poi a voce alta disse:
«La ricorderà».
E tra sé e sé commentò:
Sempre che lo voglia.

Seberuj spera che la figlia resti con lui. Lei lo sa e deve scegliere fra la fedeltà al clan familiare e il desiderio di decidere della propria vita in maniera autonoma; fra la vecchia identità, un vestito nel quale non si sente più a suo agio, e quella nuova, che la rende estranea alla sua gente. L’identità e l’autodeterminazione sono quindi i temi centrali del romanzo.

La storia di Aniko riflette in parte le vicende biografiche dell’autrice. Nata nel 1952 nella penisola Jamal, Anna Nerkagi da bambina fu messa in un collegio dalle autorità sovietiche. Dopo l’esordio letterario tornò a vivere nella tundra e fondò una scuola. Da anni è anche attivista per la salvaguardia e la valorizzazione delle minoranze in Russia.

Uno sguardo alla cultura nenec

In Aniko gli animali sentono e pensano come le persone. Amano, soffrono, infliggono dolore per vendetta o per necessità. Nella tundra siberiana la vita è per tutti una lotta quotidiana alla sopravvivenza. Una lotta che sembra annullare le differenze fra bipedi e quadrupedi.

I cicli di una natura terribile e meravigliosa e le esigenze delle renne da cui i nenec della tundra((Ci sono anche i nenec della foresta, che vivono di caccia e pesca.)) traggono sostentamento scandiscono gli spostamenti della piccola comunità nomade raccolta intorno a tre čum, dove l’amicizia, la solidarietà e la cura dell’altro sono fondamentali.

Anna Nerkagi ci introduce alle credenze, ai valori, agli usi e ai costumi del popolo nenec. Ad affascinarmi di più sono stati quelli relativi alla morte e al rapporto con i defunti, la cui presenza è preponderante nel romanzo, poiché il lutto e la sua elaborazione sono gli altri due temi che lo attraversano.

Il cimitero del clan Nogo è un luogo cupo, ostile, fitto di larici barbuti dai tronchi nodosi che proiettano ombre così dense che il giorno quasi non si distingue dalla notte. D’inverno tutti i suoni si ottundono e sembrano dissolversi, soffocati da una coltre spessa di neve, e d’estate sono risucchiati dal muschio lussureggiante e umido.
Era un antico cimitero. Da tempi immemorabili il clan seppelliva qui la sua gente. La terra era stata consacrata dal sangue delle renne offerte in sacrificio, dal fuoco dei falò e dai pensieri e dalle lacrime di intere generazioni e le gente recava offerte al feroce, saggio, insaziabile Nga, idolo della morte, non solo nei giorni delle offese, ma anche in quelli di felicità e di pace.

L’autrice descrive anche i problemi con cui i nenec hanno dovuto confrontarsi in passato. Sotto il comunismo sorsero fattorie statali per l’allevamento delle renne e sul territorio dei nenec si diffusero pozzi estrattivi. L’alcolismo, unito all’incapacità di spendere bene il denaro, diventò per loro una piaga. E poi c’era la questione dei bambini che venivano allontanati dai genitori e messi negli internati. Una volta cresciuti pochi tornavano nella tundra, perdendo così il contatto con le proprie radici.

I nenec sono confusi. Esteriormente appaiono calmi, imperturbabili come sempre, ma io so che sono inquieti. Si chiedono come sarà il loro futuro, dove finiranno i loro figli, se i loro clan sopravivranno all’assalto del tempo. Alcuni arrivano perfino a dubitare che la loro etnia possa continuare a esistere su queste terre. Di sicuro sopravvivrà, ma come si trasformerà? Questi sono gli interrogativi che turbano i nenec. E se non li aiutamo adesso…

“E se non li aiutiamo adesso…” conclude Pavel, un geologo affascinato dalla cultura nenec, dopo aver spiegato ad Aniko i problemi del popolo a cui lei stessa appartiene.

In 144 pagine Nerkagi riesce a raccontare la vita di una minoranza oggi minacciata dal riscaldamento globale, dall’urbanizzazione e dallo sfruttamento delle risorse energetiche. Un romanzo snello, senza capitoli, dove il passaggio da una scena all’altra è segnalato da una riga vuota; una scrittura asciutta e precisa, attenta ai dettagli. Una storia a più voci, dove Aniko non è che il simbolo di una questione ancora aperta per i nenec: come sopravvivere nel mondo contemporaneo? Come trovare un equilibrio tra le proprie radici e il nuovo che avanza?

Risorse

Di Anna Nerkagi la casa editrice Utopia ha da poco pubblicato Muschio bianco. Volendo saperne di più sui nenec, ho cercato come sempre qualche risorsa utile. Eccone tre:

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