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Le autobiografie hanno un limite: la memoria di chi le scrive. I ricordi non sono radici saldamente piantate a terra, ma foglie costantemente esposte ai capricci del vento.

Lo sapeva anche Freya Stark, che scelse per il secondo volume della sua autobiografia una forma narrativa diversa rispetto a quella di Traveller’s prelude, godibile quasi come un romanzo.

Per Beyond Euphrates lasciò che fossero lettere e stralci di diario a raccontare gli anni tra il 1928 e il 1933, scrivendo per ciascun capitolo un’introduzione. Ecco l’indice del libro:

  1. The first journey, 1928
  2. Canada, 1928-29
  3. To Baghdad, 1929
  4. Into Persia, 1929-30
  5. The persian summer, 1931
  6. Journalism in Baghdad, 1932
  7. The last of Baghdad, 1933

Come raccontarvi quello che ho letto senza farvi sbadigliare o, peggio ancora, scappare? Questa domanda mi ha assillata nelle ultime settimane. Alla fine ho deciso di scrivere un post diviso in paragrafi; ogni paragrafo corrisponde a un tema. 

Se non vi va di leggere tutto, potete saltare dall’uno all’altro in base ai vostri interessi usando la tavola dei contenuti sottostante. Vi consiglio però di non tralasciare In oriente, perché dà un’idea dei principali avvenimenti nella vita di Freya tra il 1928 e il 1933. 

In oriente

Il 18 novembre 1927 Freya salpò per il Libano ancora provata dai problemi di salute. Approdata a Beirut, raggiunse Brummana, nel distretto libanese di Metn, e si stabilì presso Mademoiselle Rose Audi con la quale aveva preso accordi prima della partenza.

Per qualche mese si dedicò solo allo studio dell’arabo. Seguirono un lungo viaggio in Siria, l’esplorazione del Gebel Druso insieme all’amica Venetia Buddicom e il difficile viaggio verso Gerusalemme a dorso d’asino.

Il ritorno a casa nel giugno 1928 fu accompagnato dalla percezione sempre più acuta della necessità di un cambiamento. Trascorsa l’estate in Italia, si imbarcò per il Canada. Restò con il padre fino alla fine di gennaio 1929. Rientrò in Europa in vista di una possibile operazione chirurgica.

Nell’ottobre del 1929 si stabilì a Baghdad, dove visse in maniera più o meno continuativa fino al 1933, e cominciò a pianificare il viaggio in Iran. Per prepararsi all’impresa imparò il persiano.

Beyond Euphrates, Freya Stark: The copper water jar of Iraq

Nell’aprile del 1930 partì per Hamadan e da lì si avventurò verso nord, arrivando fino al Mar Caspio. Terminata l’avventura persiana, tornò in Italia e ancora una volta, l’ultima, in Canada. All’inizio del 1931 un incidente a cavallo in Galles la costrinse a letto per un mese.

Nella primavera di quell’anno studiò geografia a Londra, imparando i rudimenti di cartografia. Andò a Brindisi, passando per Venezia, Asolo e Roma, e salpò ancora una volta per l’Oriente: Siria, Baghdad e di nuovo Persia.

Durante il secondo viaggio in Persia, nell’estate del 1931, esplorò il Lorestan, una regione poco conosciuta dove nessun’altra donna europea era mai stata. A Teheran venne a sapere della morte improvvisa del padre.

Nel 1932 iniziò a lavorare presso la redazione del Baghdad Times. Viaggiò un po’ meno, ma visitò il Kurdistan persiano, tentò di entrare nel Lorestan a caccia di tesori (fu rimandata in Iraq dalle autorità locali) e si impegnò nell’apprendimento del russo.

Il 1933, apertosi con la notizia della morte della nipote più grande, fu l’anno che chiuse la sua esperienza in Iraq. Il viaggio in Lorestan le valse il premio della Royal Geographical Society. Nel mese di luglio firmò un contratto con l’editore inglese John Murray.

Iraq

Alla fine degli anni ‘20 l’Iraq era un continente diviso. Oltre alla separazione tra Sunniti e Sciiti, c’era quella tra nord, sud e centro del paese. Gli inglesi, che lo avevano occupato dopo la prima guerra mondiale con un mandato assegnato loro dalla Società delle Nazioni, si assicurarono lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e cercarono di stabilire dei buoni rapporti con i nazionalisti moderati.

Nel 1921, Fayṣal ibn al-Ḥusayn ibn ʿAlī venne incoronato re con il nome di Faysal I. Nonostante la raggiunta indipendenza (formale) dello stato iracheno nel 1932, il paese non trovò pace perché scosso da conflitti interni, antichi e mai sanati, tra le tribù, i Curdi e gli Assiri.

In una lunga lettera all’amico Sir Henry Lawrence, datata 6 marzo 1930, Freya descrive la situazione politica irachena, la posizione degli inglesi in merito, il loro atteggiamento di superiorità, il risentimento della popolazione (alcune frange di essa) e la spinta nazionalista verso l’indipendenza:

I was awfully disappointed when I first came out, expecting to find that we were popular out here. Instead of this, we seem to be only one degree less disliked than the French in Syria. [...] The whole show here is run by a few rather disgusting local politicians: they don’t represent anything except themselves (which is neither here nor there, for it is always the minorities that do the damage). [...] Clever agitators make use of them, but they are hardly ever causes in themselves. What happens is that new classes of people grow up through trade, or education, or some economic reason, and suddenly discover that they are living in a world arranged and organized long before they ever came into being at all, so that there is no scope for them: an outlet they feel they must have, and there is trouble till they get it. [...] Everyone agrees that Iraq is not fit to govern itself (might be said of lots of countries in Europe too). I think the Iraqis themselves agree in this: the difference is that they don’t care so frightfully much about being well governed. It is rather peculiar of us to be so particular about it, don’t you think? And a mistake to assume that other nations are the same. I am sure that Italians prefer good opera to good laws; and these people, who suffer dreadfully from an inferiority complex, would much rather do without police and roads and bridges and not have constantly to admit themselves inferior by being brought up against us. [...] The matter of importance to us is to safeguard our own affairs. It is only because we assume that the two are bound up together that we give so much weight to the local politics. [...] The position at present is so uncomfortable that everyone knows in their heart that it cannot get any better without some radical change. [...]

Credo che il pensiero di Freya sulla presenza degli inglesi in Medio Oriente si possa riassumere così: consapevole che il popolo iracheno avrebbe preferito cavarsela da sé e che non nutriva alcuna simpatia per gli inglesi, i quali manifestavano apertamente la loro superiorità (atteggiamento da lei criticato), auspicava una soluzione che permettesse ai britannici di salvaguardare gli interessi economici nel paese e agli iracheni di ottenere l’indipendenza.

Nel corso degli anni esplorò, spesso in compagnia, tutta l’area compresa tra il Tigri e l’Eufrate, visitando i principali siti archeologici iracheni, le città sante di Kerbela, Najaf e Kufa, e il Kuwait.

Critiche

Freya fu giudicata dagli inglesi residenti a Baghdad come “ribelle, pericolosa eccentrica e spia”:

There was a “Passage to India” feeling for which I had been quite unprepared; and half a dozen women told me in a marked way that they had lived in Iraq for a varying number of years “and never had a wog” across their doorstep. [n.d.b. wog è una parola inglese usata in maniera dispregiativa nei confronti delle persone di colore]<br />

Il paragone tra la situazione in cui si ritrova coinvolta suo malgrado e quella descritta nel romanzo di Edward Morgan Forster compare in diversi passaggi del libro, soprattutto durante i primi anni di vita a Baghdad.

Era una donna sola che viaggiava per piacere e non per filantropia: questa condizione, unita alla sua preferenza per alloggi economici presso abitanti del luogo e ai contatti che aveva con loro, la esponeva ai pregiudizi e alle critiche dei suoi connazionali.

Beyond Euphrates, Freya Stark: In the Suq

L’impatto con questa nuova realtà, paragonato a una doccia fredda, è ricordato come il suo primo incontro con una delle peggiori caratteristiche degli inglesi: l’assenza di curiosità umana: “it was my first meeting with one of our worst English characteristics — the absence of human curiosity, a result of classifying human beings in sets.”

In una lettera alla madre, datata 17 dicembre 1929, due mesi dopo l’arrivo a Baghdad, racconta della freddezza che la circonda e dell’atteggiamento di disapprovazione nei suoi confronti da parte degli uomini. Aveva infatti accettato l’invito di uno sceicco:

It makes me feel like a kind of pariah from my own kind and awfully disgusted, because after all I really have done nothing, beyond wishing to talk as much Arabic as I can, and regretting that we can’t be less superior and more polite. I am not even pro-native, certainly as much of an imperialist as any of the people here. But Mrs Sturges told me to-day that one can’t be friends with natives and British both [...]

Nonostante l’ostracismo di molti, riuscì comunque a intrecciare rapporti d’amicizia con diverse persone che diventarono il suo rifugio.

Gertrude Bell

Quando Freya si stabilì a Baghdad, Gertrude Bell, altra grande viaggiatrice del passato, era morta da due anni. Aveva letto i suoi libri e le sarebbe piaciuto incontrarla, ma dovette limitarsi a visitare la piccola casa con giardino appartenuta a Bell, nel distretto cittadino di Sanak. Di lei scrive:

From what I could gather, Gertrude Bell might not have been kind to me if she had been alive — she was said not to have been fond of female Arabists — but I regretted not having known her.

Nel ‘29, durante il soggiorno in Canada, rileggendo il libro di Bell Syria, confrontò il suo viaggio da poco compiuto nel paese con quello descritto dall’autrice. Freya definisce il viaggio di Bell meno avventuroso, perché reso più agevole da comodità che a lei erano mancate: tre muli per i bagagli, due tende e tre servi.

Finished Gertrude Bell’s Syria. Papa’s criticism true: she did not have enough adventures: perhaps because she went with her own tents, and also — to get to the heart of things — one must stay longer in one place.

Alcune persone che facevano parte della cerchia di Freya a Baghdad erano state in precedenza amici o collaboratori di Gertrude Bell. Tra queste il segretario orientale Vyvyan Holt, Mr Cooke e Lionel Smith.

Siria

Freya si recò in Siria per la prima volta nel 1928, ospite a Damasco di una famiglia del luogo. All’epoca il paese era amministrato dai francesi, che avevano ottenuto il mandato dalla Società delle Nazioni.

Insieme all’amica Venetia Buddicom partì per il Gebel Druso (Jabal al-Durūz), uno stato indipendente creato nel 1921, parte della Siria dal 1936.

In quel territorio risiedeva la minoranza drusa, una setta di origine musulmana proveniente dall’Egitto. Considerata eretica tanto dagli sciiti quanto dai sunniti, e quindi perseguitata, si rifugiò in Libano, Siria e Israele.

Una pianificazione molto accurata era l’unica garanzia di successo per un viaggio del genere. Freya lo sapeva bene grazie alle esperienze fatte sulle Alpi e sui Pirenei:

I read all I could, plotted out days and distances, and found a guide who had friends in the country, before Venetia came: and we slipped by the French guards one early morning, off the Damascus-Palestine highroad, into a country where feelings still run high, where fighting had recently ended and martial law ruled, and where the French authorities showed no noticeable pleasure when, a few days later, they found us in the remotest bit of their territory, petted and feasted in an irritating way by the people they thought most dangerous.

Dal viaggio in Siria prese forma il libro Lettere dalla Siria, pubblicato a Londra nel 1943.

Iran

Freya esplorò l’Iran a più riprese tra il 1930 e il 1933, portando avanti un lavoro certosino di mappatura delle province visitate, tra queste Qazvin, Kermanshah e Lorestan.

A quel tempo si chiamava ancora Persia (nome mantenuto fino al 1935). Al suo comando c’era Reza Khan, salito al potere nel 1921 con un colpo di stato e incoronato Shāh cinque anni dopo.

L’impero britannico aveva forti interessi economici in Persia. Con l’accordo anglo-persiano, stipulato nel 1919, tentò invano di rafforzare la propria influenza all’interno del paese, ma continuò a sfruttarne le risorse petrolifere grazie all’Anglo Persian Oil Company.

The bank manager was telling me some of their idiotic financial doings yesterday, and says that all the royalties from the Anglo-Persian Oil Company, millions of pounds, instead of being used to benefit the country, are being poured into a bank in London for the Shah. 7 maggio 1930, lettera alla madre

Durante il regno di Reza Khan, l’Iran subì un processo di modernizzazione piuttosto accelerata. A proposito del nuovo regime scrive alla sua amica Venetia:

I can’t make out whether this new Persian regime is really doing very well or very badly. The British business people here are very down on it. It is playing about with the currency and lowering the price of bread arbitrarily, so that all business with the outside world seems at a standstill. The people on the other hand seem enthusiastic and there is perfect safety and a real look of national feeling. From just a casual traveller’s point of view it is much better to see the work being done even badly, in this natural and wholehearted way, than with all the frictions of Iraq. It makes one realizes more than ever that people prefer their own muddles to other people’s efficiency. 30 aprile 1930

L’interesse per questo paese, ancora parzialmente sconosciuto agli europei, era nato molto prima di trasferirsi in Iraq e una volta arrivata a Baghdad cominciò a prendere lezioni di persiano.

I viaggi in Persia, e non solo quelli, furono complessi e rischiosi, fatti per lo più in solitaria e con l’aiuto di guide locali, ma le valsero il riconoscimento della Royal Geographical Society e la fama che ne derivò.

Riuscì a individuare la valle degli assassini, da cui l’omonimo libro pubblicato nel 1934, e la leggendaria fortezza di Alamut nella provincia di Qazvin; fu inoltre la prima donna europea a esplorare il Lorestan.

Scrittura

Nel 1928 Freya cominciò a collaborare con The Cornhill Magazine. Pubblicò un articolo sui Drusi, al quale seguirono Canada and the Odyssey, un pezzo dedicato alle leggende persiane (1929)uno sulla fortezza di Alamut (1931) e River of Adonis (1932).

Il primo le permise di conoscere Miss Doughty, cugina dell’esploratore e letterato britannico Charles Montagu Doughty morto nel 1926 e autore di una famosa opera in tre tomi Travels in Arabia Deserta pubblicata nel 1888 (edizione italiana Arabia deserta).

Nel corso degli anni scrisse anche per Illustrated London News, Spectator e The Times, per il quale fu corrispondente di guerra durante la rivolta curda del ’32. Dal 1932 al 1933 lavorò presso la redazione del Baghdad Times.

Beyond Euphrates, Freya Stark: Women of Kalar Dasht

La posizione non era particolarmente creativa, come lei stessa racconta. Il suo compito consisteva nel rimaneggiare lo scheletro delle notizie che arrivavano in redazione via telegrafo da BBC, Reuter e Daily Mail, dando loro una forma adatta alla pubblicazione sul Baghdad Times.

Nel 1932 pubblicò il primo libro, Baghdad sketches, grazie al supporto del Baghdad Times. Il 13 luglio del 1933 firmò il contratto con la casa editrice di John Murray per The valley of the Assassins.

I signed with feelings almost of religion, at the great desk in the room in Albemarle Street where Scott and Byron, Moore and Lockhart, and all the most accomplished of their day, had gathered.

I libri pubblicati non le garantirono guadagni immediati, ma a lei non interessava questo aspetto; scriveva per il piacere di scrivere. D’altra parte, affermò, “se avesse dovuto lavorare per vivere avrebbe fatto la cuoca, scrivendo solo per piacere dopo aver servito la cena.

Lettura

Freya leggeva tantissimo e aveva una solida cultura classica. Questa passione precoce per la lettura sopperì in un certo senso alla mancanza di una formazione scolastica.

I libri erano stati per lei un rifugio, un conforto e, soprattutto, delle porte spalancate su altri mondi. Varcarne le soglie significava dissetare il suo costante bisogno di conoscenza e bellezza.

Il genere più amato era la poesia. Da ragazzina tentò di buttar giù dei versi. Non so a voi, ma a me piace curiosare fra i libri degli altri. Ecco alcuni dei titoli o degli autori menzionati da Freya nel secondo volume:

  • Brunow and Dussaud
  • Odissea
  • L’opera di Rudolf Steiner
  • Long road to Baghdad
  • Boccaccio
  • Georgiche
  • Dante
  • Petrarca
  • L’isola del tesoro
  • La freccia nera
  • A Gentleman of France
  • Ivanhoe
  • Consuelo
  • Viaggio di un naturalista intorno al mondo
  • L’origine della specie
  • Il castello di Otranto
  • Frankenstein
  • A History of Greece, George Grote
  • Mario l’epicureo, Walter Pater
  • Anna Karenina
  • Il sarto rappezzato
  • The Expansion of England
  • The Romany Rye e Lavrengo, George Borrow
  • Passaggio in India
  • Long road to Baghdad, Edmund Candler

Le mille e una notte viene menzionato spesso nel testo. Il libro, regalatole dalla zia all’età di nove anni, le aveva aperto un mondo e instillato la curiosità per l’oriente. Nel corso degli anni lo rilesse più volte. Nel passaggio che segue ne spiega due importanti caratteristiche:

Extraordinary veracity of the Arabian Nights. I think the secret is that they are all stories which have long been told before they were written. [...] The second charm of The Arabian Nights is their total want of any ethical aim. Only when reading them do we realize how all-pervasive this microbe is in European literature, i.e. in Boccaccio, who can be compared with the Arabian authors, there is always the undercurrent of satire; in Chaucer, satire or sentiment comes in. And where there is no ethical preoccupation, as for instance in some of R. L. Stevenson, there is a personal tinge given by the author, which interferes with the pure force of the story.

La citazione precedente è tratta da una pagina di diario datata 8 gennaio 1929. Nel testo ci dà anche una lezione di scrittura imparata dal suo caro amico W.P. Ker, morto qualche anno prima, che la esortava a tenere d’occhio l’oggetto.

Per Freya questo è quello che fa l’autore di Le mille e una notte, eliminando tutto ciò che si intromette fra il testo e il lettore. E a suo avviso questo è anche il fascino di alcuni libri di viaggio.

Amore

Freya nutrì dei sentimenti per il suo amico Vyvyan Holt. Nell’autobiografia si limita ad accennare alla nascita di questo amore non ricambiato, senza specificare la persona oggetto delle sue speranze romantiche (ho saputo chi era da un’altra fonte: Wikipedia. Informazione confermata dalla biografia di Freya di cui ho potuto spulciare solo qualche pagina su Goole Books).

Un sentimento definito inaspettato e non voluto per una persona che lei reputava molto convenzionale. Da questo amore non ricambiato, a “a duet played solo”, si svegliò improvvisamente dopo sette anni:

Meanwhile this magnet, also, held me in the East, and drew me away from Canada and Italy and all my old thoughts; and in Baghdad kept me constantly torn between the things I had travelled for, and the wish to conform to someone whose ideas were so different. The poverty of his affection saved me, and I kept my own way, but it was with stress and trouble, like a dominant melody pressed as it were from a full orchestra alive with other songs.

Dubbi

In una lettera alla madre, scritta il 5 maggio 1930, ammette di sentirsi depressa senza sapere il perché. Pensa di essere vecchia (ha 37 anni) e teme di aver buttato via la sua vita.

Il mondo di cui fa parte è diviso in due: quelli che manifestano apertamente la loro disapprovazione nei suoi confronti e quelli che pur non disapprovandola (almeno non apertamente) e trattandola con gentilezza, la compatiscono. E poi aggiunge:

To be just middle-aged with no particular charm or beauty and no position is a dreary business. [...] If only I could eventually find some work that would make me feel settled and interested; I hope it may be: but no one seems to want women very much, and I don’t quite know that I am fit for anything but philanthropy, and that would not really thrill me.

Ha superato molti ostacoli per vivere questo sogno, ma è colta da un momento di incertezza. I passaggi in cui esterna insicurezze o dubbi sono sporadici nella sua autobiografia. Avrei voluto consolarla e dirle: “trust your gut, Freya!”.

Ed è proprio quello che fece: si fidò di se stessa e andò avanti per la sua strada. Alla fine di questo secondo volume è già una personalità; ha ricevuto un premio, pubblica libri e articoli, viene intervistata dalla BBC e tiene conferenze pubbliche.

Rischio

Freya viaggiò per lo più da sola, con poche comodità e con l’aiuto di guide locali. La pianificazione di ogni nuova avventura era minuziosa. In un breve documentario realizzato in occasione del suo viaggio sull’Himalaya (n.d.b trovate il video alla fine del post), definì il rischio “il sale e lo zucchero della vita”.

To risk one’s life seems to me the only way in which one can attain to a real (as distinct from a merely theoretic) sense of immortality [...]

Aveva rischiato la vita anche prima dei viaggi in oriente, ma solo una volta si ritrovò consapevolmente a un passo dalla morte: quando, durante l’estate persiana, contrasse la malaria.

L’unico pensiero che l’aiutò a tenere duro fu quello di non morire prima del padre per evitargli un dolore inutile. Non sapeva, però, che proprio in quei giorni di agonia, il padre, ignaro delle condizioni della figlia, era morto all’improvviso. Freya lo scoprì solo dopo diverse settimane, durante una sosta a Teheran.

In una pagina di diario del 1929 dichiara di voler imparare a non temere la morte e a vederla invece come “una nuova e meravigliosa avventura”. Questa paura è, secondo lei, una forma di schiavitù.

Un’amica d’altri tempi

Curiosa, decisa, tenace: questi sono i primi tre aggettivi che mi vengono in mente per definire Freya Stark. Sapeva incantare con le parole. È difficile non penderle dalle labbra quando riflette sulla vita, la morte, la malattia, il viaggio, il rischio, la curiosità o la natura umana.

Dopo essermi ingoiata due tomi sulla sua vita posso dire di conoscerla un po’ meglio, e allo stesso tempo di non conoscerla affatto. Mi sono limitata a raccogliere delle impressioni, a leggere tra le righe, tenendo presente che le autobiografie hanno un limite, perché soggette a bias oppure a omissioni e manomissioni intenzionali da parte dell’autore. 

Jane Fletcher Geniesse le ha dedicato una biografia Passionate Nomad: The Life of Freya Stark che mi incuriosisce. Ho dato un’occhiata alle recensioni su GoodReads, notando un’osservazione ricorrente secondo la quale Geniesse avrebbe calcato troppo la mano sui difetti e sulle debolezze della protagonista.

Beyond Euphrates, Freya Stark: A porter from Luristan

Leggerò altri libri di Freya Stark in futuro. Per il momento, però, mi fermo qui. Sono partita dall’autobiografia perché l’ho trovata casualmente (qualche mese fa, tra l’altro, ho scoperto che è composta da 4 libri, non tre come pensavo), altrimenti avrei iniziato con Baghdad Sketches, Valleys of the Assassins o Lettere dalla Siria.

In Italia non è molto conosciuta, nonostante ci abbia trascorso buona parte della sua vita, sviluppando un legame profondo con Asolo. È un peccato che molti dei suoi libri non siano stati tradotti. Traveller’s Prelude, per esempio, è anche un ritratto interessante dell’Italia nei primi venti anni del ‘900.

Beyond Euphrates mi ha tenuta impegnata tre mesi, forse perché costituito per lo più da lettere e/o perché scritto in inglese. L’ho letto a casa, nei bar e sulla metro (in questi ultimi due luoghi con qualche difficoltà visto che non riesco a leggere bene ovunque).

Immergermi nel mondo di Freya aveva ogni volta il sapore di un rituale, di uno spazio tutto mio da condividere solo con un’amica; un’amica d’altri tempi, che aveva più o meno la mia stessa età all’inizio della sua avventura in oriente e alla quale devo molto.

P.S. Con la prossima viaggiatrice di Oltre i confini, Alexandra David-Néel, voleremo in Tibet.

Dirigente di una multinazionale di sogni, attualmente impegnata nella loro realizzazione. Da grande vorrebbe diventare ambasciatrice di sorrisi e indossare solo abiti color turchese.